Pensieri, Parole ed Immagini...
Erano neri. Quel batuffolino di carne sfoggiò già da subito due occhi scuri e tondi. Uguali a quelli della madre.
Si poteva già immaginare che sarebbe stato un bambino molto vispo e vivace.
Infatti a soli due anni gli venne in mente di scappare di casa. Fortunatamente abitava in una zona isolata, attorniata da campi, ed i genitori non ci misero molto a trovarlo. Però era riuscito ad allontanarsi parecchio. A quella tenera età sapeva già quello che voleva, avventurarsi e scoprire cose nuove.
Aveva una sorella di un paio d’anni più grande. Anche lei era vispa, ma più che altro dolce e protettiva.
All’asilo Alessandro imparò a relazionarsi con gli altri bambini, e gli riuscì subito facile. Era sempre allegro e sorridente, e non gli capitava mai di azzuffarsi con nessun altro, come invece capitava a molti. Era anche parecchio perspicace, imparava le cose in fretta. Fù in quell’ambiente che conobbe quello che sarebbe divenuto il suo migliore amico: Guido.
Alessandro e Guido avevano due caratteri diversi: il primo era vispo e non stava mai fermo un attimo, il secondo invece era più tranquillo e molto riflessivo, e anche tanto sensibile. Una caratteristica però li accomunava: erano entrambi molto intelligenti e spiritosi, sempre con la battuta pronta.
Man mano che passava il tempo Alessandro si calmava sempre più, pur rimanendo un bambino vivace ed allegro. Era molto aperto e questa sua caratteristica riusciva a trasmetterla anche a chi gli stava accanto.
Quella sera, stanca di un lavoro che mi piaceva ma che mi abbatteva, causa un ambiente fatto di invidie e di persone tutt’altro che semplici e genuine, decisi di ritagliare un po’ di tempo per me. Giusto per evadere dai cattivi pensieri, che giravano sempre su sé stessi, generando un nocivo circolo vizioso. Così entrai in camera mia con l’intento di ascoltare un po’ di musica. Dopo poco mi resi conto che la musica da sola non era sufficiente a fermare quei pensieri e quell’amarezza, quel doloroso senso di impotenza. Allora mi guardai intorno, cercando di trovare qualche spunto per un passatempo piacevole, da abbinare alle canzoni che tramite due fili viaggiavano dal lettore CD alle mie orecchie.
Guardai nella libreria di fronte a me e subito fui attratta dall’album di fotografie. Scattai ad afferrarlo, quasi come se la necessità di evadere da quell’inaccettabile presente non potesse più attendere. Era da tanto che non aprivo quel contenitore di ricordi. Era da tanto che i miei pensieri seguivano il loro percorso vizioso e sempre negativo. Era giunto il momento di fuggire in un altro spazio temporale, anche se solo con la testa e non fisicamente, purtroppo.
Aprii gli occhi senza capire dove mi trovassi. L’ambiente circostante non mi era per nulla familiare, non capivo se stessi impazzendo o se avessi perso la memoria. Cominciai a fare mente locale e capii che i ricordi erano ancora parte di me: chi ero, cosa facevo nella vita, quando ero nata, la mia adolescenza, le mie cotte ed il mio primo ed unico amore… I sentimenti e le emozioni erano ancora vive in me, solo che quella camera non era la mia! Non avevo mai fatto uso di stupefacenti, e nemmeno amavo bere, e ricordavo benissimo cosa avevo fatto la sera prima, che film avevo guardato, anche se non ne conoscevo la fine perchè ricordai di essermi addormentata con la TV accesa, mi succedeva spesso, lo facevo tranquillamente perché sapevo che il timer avrebbe fatto sì che si spegnesse non più tardi della una.
Mi alzai un po’ stordita, è strano come noi esseri umani rimaniamo bloccati e paralizzati quando ci capita qualcosa di inspiegabile. Ci lamentiamo della quotidianità, la troviamo spesso troppo monotona e noiosa, ma quando ci viene a mancare, quando veniamo travolti da qualcosa di nuovo rimaniamo incapaci di agire, e la nostra routine la desideriamo immensamente.
C’era una finestra dalla quale entravano prepotentemente tiepidi raggi di sole. Mi diressi verso di essa ed appoggiai la fronte al vetro, guadagnando più visuale possibile per l’esterno. Anche il panorama che mi si presentava davanti era, ai miei occhi ed ai miei ricordi, sconosciuto.
Non c’erano i campi e le piante, non c’era la siepe ed il sentiero, e nemmeno il mio adorato Tommy, un affettuosissimo Pastore Tedesco di cinque anni, che quando mi affacciavo alla finestra di camera mia era sempre pronto a farmi le feste, anche da lontano, con quella linguona che penzolava mostrando qualche dente affilato e coprendone altri, ma dando al muso un’espressione gioviale, facendola quasi sembrare un sorriso.
Fuori di lì c’erano solo case, palazzi, auto in movimento, ed i raggi del sole che trovavano via di fuga nello spazio tra un grattacielo ed un magazzino. Ma dov’ero finita? Nel centro di una città… ma come ci ero arrivata?
Nota di Spes: stasera, con grande soddisfazione, diamo in benvenuto alla nostra nuova amica ScrivereSognare. Ci presenta un suo bel racconto, da leggere tutto d'un fiato. Grazie per la collaborazione che, speriamo, continui a lungo! Buona lettura.
Guglielmo era un bambino molto vispo ed allegro. Daniele era timido e particolarmente sensibile, ma non per questo poco socievole. Vivevano nello stesso paese, e si conobbero il primo anno di asilo. Giacomo, di un anno più grande di loro, stava tirando i capelli ad una bambina, facendola piangere. Guglielmo non appena lo vide si diresse verso di lui e lo attirò a sè con la scusa di un gioco. Daniele vide tutta la scena e capì che lo aveva fatto apposta, per evitare che continuasse ad indispettire quella piccola. Rimase colpito da questo comportamento, e decise che sarebbe stato il suo migliore amico. Nonostante avessero solo tre anni, i loro caratteri erano già ben chiari.
Alle Elementari i due erano compagni di banco. Guglielmo era sempre vispo e birichino, i suoi occhi brillavano di allegria, e la sapevano trasmettere anche agli altri. Nonostante la sua irrequietezza era un bambino molto educato. Era anche intelligente, ma preferiva non mostrare questo suo pregio più di tanto. Gli piaceva scherzare, ma non oltrepassava mai il limite. Scherzava, ma non prendeva in giro. Daniele era il primo della classe. Era più silenzioso dell'amico, ma la battuta pronta non gli mancava. Battute mai pungenti, ma simpatiche ed ingegnose. Guglielmo insegnava a Daniele a giocare alla guerra, mentre Daniele gli dava delle ripetizioni casalinghe delle lezioni di scuola. E lo aiutava nei compiti.
Alle Medie Daniele vinse un premio come migliore studente della scuola. E dovette partire per una settimana, destinazione Milano, dove ci sarebbero stati dei campionati regionali, e poi eventualmente a Roma, per quelli nazionali. Distaccarsi per la prima volta da Guglielmo fù triste... anche se il carattere chiuso di Daniele gli impediva di esprimerlo. L'amico lesse nei suoi occhi una certa malinconia, ma non gli disse nulla, anzi cercò di farlo ridere con delle battute, e la sua allegria funzionò ancora una volta. Alla stazione il ragazzino più sensibile scacciò giù le lacrime, mentre l'altro lo minacciò scherzosamente, dicendogli che se non avesse portato a casa il primo posto, sarebbe stato costretto a giocare alla guerra come ai "vecchi tempi". Daniele non arrivò primo, ma ne fù contento, perchè così era "obbligato" a giocare con Guglielmo.